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La produzione dei nostri vini avviene presso la nostra cantina a Trecastagni, dove assicuriamo la massima attenzione alle procedure e al disciplinare dei vini dell'Etna.

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L'alleanza con i barolisti, vini iconici, Catania Città del Vino, Etna Days l'intervista a Seby Costanzo

2025-09-20 10:05

Vittorio Ferla

News, POST,

L'alleanza con i barolisti, vini iconici, Catania Città del Vino, Etna Days l'intervista a Seby Costanzo

"L’Etna bianco può diventare un vino iconico italiano" - "Catania Città del Vino era una denominazione dovuta"

L’alleanza con i produttori delle Langhe, alla conquista della Francia. L’evoluzione dell’Etna vitivinicolo tra rischi di fughe in avanti e crescita della cultura imprenditoriale. La crescita tumultuosa dei vini bianchi del vulcano. La nuova edizione degli Etna Days. L’ingresso di Catania tra le città del vino. Ne abbiamo parlato, a margine della 45esima edizione della ViniMilo, con Seby Costanzo, titolare di Cantine di Nessuno, a lungo componente del cda del consorzio dell’Etna e oggi delegato per la promozione del territorio.

 

Il prossimo 4 novembre 30 aziende dell’Etna e delle Langhe saranno in missione comune a Parigi, nella sede del Pavillon Wagram. Che senso ha e come nasce questa inedita “alliance sacrée”?

Nasce da un accordo fatto al Vinitaly nel 2024. Con la Strada del Barolo e il Consorzio Vini del Piemonte abbiamo dialogato sulle cose da fare insieme: è nata una relazione ricca di input stimolanti. Abbiamo organizzato una prima visita a novembre nelle Langhe del Barolo e poi li abbiamo ospitati sull’Etna in febbraio, nei giorni della festa di Sant’Agata: li ho accompagnati personalmente tra la folla in festa durante il passaggio delle candelore e l’uscita della carrozza del senato dal Comune. Da tempo diciamo che sono due territori cugini.

Il Barolo però ha 100 anni di storia in più…

Sul piano commerciale è vero: loro sono sul mercato dei fine wines da tanto tempo, peraltro la stessa nicchia cui guardiamo noi. Però, non direi lo stesso sulla storia vitivinicola. Noi produciamo uve da secoli: solo che fino a 30-40 anni fa questi vini erano destinati, sfusi, ad altri territori. Oggi siamo ormai considerati un territorio emerso che è diventato un punto di riferimento. Insieme siamo rappresentativi del paese. Ci sta che due territori dalla spiccata personalità si parlino. In fondo siamo territori cugini e da soli non si va da nessuna parte. Per questo abbiamo immaginato di fare una sortita verso l’estero: il mercato francese si sta aprendo viste le difficoltà del momento, una novità da cogliere visto che i francesi sono molto protettivi del loro territorio.

 

Percepisce dunque un inedito interesse da parte dei francesi?

Direi di sì. Naturalmente la vicenda dei dazi porta tutti a ragionare diversamente e guardare in mondo attento altrove. In occasione di Wine Paris, alcuni rappresentanti delle enoteche locali si sono lamentati perché per i francesi i prezzi dei Borgogna si sono alzati troppo. Hanno apprezzato molto i nostri prodotti, che ricordano molto quelli francesi e sono adatti al gusto dei loro clienti. Molti francesi si spostano personalmente sull’Etna per venire a comprare il vino da noi e da altri produttori locali e poi rivenderlo in patria.

 

Quali strategie avete concordato con il gruppo dei barolisti?

Non abbiamo mai parlato di strategie commerciali comuni. L’evento di Parigi è rivolto al mondo horeca e ai giornalisti con walk around tasting e masterclass. Andiamo a casa loro con 15 produttori di Etna e 15 produttori di Barolo, tutti di grande personalità, e poi vedremo quali saranno le reazioni della platea che si confronterà con noi. Insieme possiamo offrire una rappresentatività italiana di primo livello prestigiosa. Per storia e diversità, i nostri vini non sono in concorrenza. L’Etna offre cose che altri non hanno: i rossi sono già ben posizionati, ma adesso stiamo scoprendo che i bianchi sono espressione molto forte del territorio e cresce l'attenzione per i nostri spumanti.

 

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In una recente intervista per il Gambero Rosso, Salvo Foti ha espresso qualche timore sull’evoluzione del territorio etneo. Dice: una cosa è fare vini “sull’Etna” un’altra è fare vini “dell’Etna”…

Lo slogan non fa una grinza, c’è una differenza sostanziale. Anche io se andassi altrove a fare vino probabilmente dovrei prima imparare la lingua locale. Alcuni nomi altisonanti sono arrivati qui e hanno realizzato vini da cassare. Molti enologi esterni con una fama di tutto rispetto sono passati da qui ma oggi l’attenzione al territorio è sempre più importante. I vini dell’Etna devono essere espressione del territorio, devi imparare negli anni dai contadini che tramandano una storia vitivinicola, non puoi fare qui vini che potresti fare da qualsiasi parte. L’Etna offre grandi diversità: i versanti, le esposizioni, il terreno, le altitudini. Bisogna tradurre il territorio e portarlo alla espressione massima possibile. Alcuni produttori si confrontano al telefono con l’enologo, ma anche Cotarella ti direbbe che il territorio va conosciuto. L’aspetto positivo è che si sta costruendo sempre più uno stile del produttore: lo dice anche Foti. 

 

Foti inoltre stigmatizza l’eccesso di improvvisazione e l’arrivo di speculatori…

Se lo stile è improvvisato abbiamo solo una evoluzione del concetto del vino fatto in casa. È un rischio, ma non mi pare il più grosso. Io vedo di più l’altro: alcuni produttori stanno pressando molto sull’acceleratore molto e questo cozza contro la sostenibilità. Se l’obiettivo è l’aumento del prodotto c’è il rischio di diminuire la qualità. Dobbiamo stare attenti. Con una delibera assembleare il consorzio ha cercato di contingentare molto lo sviluppo del territorio: massimo un ettaro per anno ciascuno con un massimo complessivo di 50 ha. l'anno. In quella occasione ci furono delle tensioni, poi superate all’unanimità. Ma 3-4 produttori spingevano verso altre idee. Oggi tutti ci dicono: «Non vi sbracate». Vuol dire che  avevamo visto giusto.

Fare investimenti sull’Etna ormai “fa figo”…

“Fa figo” è un’espressione che sull’Etna potrebbe essere una controindicazione. Il rischio di investimenti che snaturino c’è: dobbiamo fare passi forti ma non veloci. Restiamo ben piantati sui nostri assi. Questo non è un territorio che permette di correre. I valori dei terreni salgono, ma lentamente: siamo ancora lontani dai prezzi delle Langhe. Sul piano della produzione siamo passati da un milione e mezzo di bottiglie a 6 milioni in poco più di quattro anni. Ma non possiamo passare a 30 milioni di bottiglie: così sarebbe il massacro del territorio che perderebbe la sua vocazione.

 

Al di là di questi rischi e ‘tentazioni’ come valuta oggi l’impronta dei produttori locali?

Non diciamo più che il merito della crescita dell’Etna è degli stranieri, ai quali, come Frank Cornelissen, dobbiamo riconoscere una grande abilità commerciale. Come ha detto anche Foti, il precursore di tutto è stato Benanti: in un momento in cui nulla era chiaro ha deciso di investire, ha fatto i suoi errori e pian piano è arrivato. Resta un produttore da 200 mila bottiglie. Per me la risorsa più forte dell’Etna vitivinicolo è l’avvento di persone che vengono dal mondo delle imprese, dalla farmaceutica alle costruzioni. Parlo di poco più di una ventina di imprenditori catanesi che chiedono anche alle cantine dei processi organizzati e che hanno portato un know how che prima non c’era. Grazie a questi contributi oggi possiamo vantare un alto livello degli strumenti e materiali utilizzati – per esempio, chi fa il vino sull’Etna nel 99 per cento dei casi usa la borgognotta -, un’attenzione alla sostenibilità, una migliore capacità di relazione, una cultura imprenditoriale che, insieme, rappresentano il corollario della crescita reputazionale. 

 

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Nel frattempo, dalla ViniMilo giunta alla 45 edizione arriva un messaggio: l’Etna bianco doc cresce, anche nella versione ‘superiore’ specifica del territorio di Milo, e si candida a svolgere un ruolo di primo piano nel panorama enologico nazionale.

L’Etna bianco può diventare un vino iconico italiano: sono tra quelli che lo ha detto proprio a Milo e che lo pensa da un po’. Penso ai grandi bianchi del Trentino Alto Adige, penso al Piemonte del Timorasso. Ma tolti quelli ci sono solo singoli grandi vitigni, dal grillo al fiano. Ma un vino bianco di territorio che spicca come rappresentativo di un paese non c’è ancora: i bianchi dell’Etna possono diventarlo, hanno le carte in regola anche per le diversità e la longevità che riescono a dimostrare. Io stesso nella mia produzione ho tre tipi di bianchi che sono espressione della diversità del vulcano, del luogo in cui si trovano i vigneti e del modo di vinificare le uve. Il complimento che mi è piaciuto di più è questo: «I tuoi vini sono interessanti perché sono insieme vini di mare e di montagna». È il territorio che te lo consente.

Arrivano gli Etna Days. Lei non è più nel cda del consorzio ma ha conservato la delega alla promozione e agli eventi. A che punto del percorso siamo?

Gli Etna Days nascono nel 2018-19 dal confronto di quel cda con Antonio Benanti, Alberto Aiello, Graziano Nicosia, Francesco Cambria ed io nel 2018-19. Sono un grande fautore, ma ritengo che l’Etna sia un territorio particolare: a causa della sua diversità e quasi sempre i produttori non hanno pronta l’ultima annata. Ecco perché non so se tenere l’evento ogni anno abbia senso, visto che ci sono tante altre occasioni, potrebbe diventare opportuno rendere gli Etna Days biennali alternando con sortite fuori area. Credo che si andrà in quella direzione.

 

Cresce l’Etna. Lei ha sostenuto che manca una regia centrale: che cosa intende?

Trovo che stiamo esagerando con eventi in ogni dove e in ogni momento, creando confusione. Sull’Etna ci sono venti comuni: molti si organizzano il loro evento e ormai l’attrazione vino è diventata dilagante. È giusto? Funziona? Ho qualche dubbio. I giornalisti sono sempre alla ricerca della notizia ma con questa inflazione di eventi la notizia spesso non c’è.

 

La cosa si risolverebbe con la realizzazione di un suo progetto: il riconoscimento di Catania come “Città del vino”?

Posso dire con orgoglio che Catania è già formalmente “Città del Vino” grazie a una delibera del consiglio comunale di poco tempo fa e dunque entra a far parte dell’associazione nazionale delle Città del Vino. Ma ciò comporta una responsabilità: se Catania è la città del vino dell’Etna appena arrivi in aeroporto devi già capirlo, devi sentirti dentro la vigna. Catania vive una crescita esponenziale del turismo: chi la visita dovrebbe vivere un posto nella maniera più vicina ai residenti. Ciò significa che ci vogliono almeno un benvenuto all’ingresso e dei cartelli nelle strade, oltre a un info-point in pieno centro.

 

E qui si potrebbe giocare la regia unitaria?

Certo. La Regione Sicilia dà contributi per la promozione dei singoli paesi etnei. Ma piuttosto che investire, ad esempio, 10mila euro per ogni piccolo evento, non sarebbe meglio darne 200 mila euro a un evento che coinvolge tutti? Non abbiamo bisogno di gonfaloni, ma di una realtà itinerante con un unico mood, in cui tutti parlano la stessa lingua. Catania, come città metropolitana che agglomera tutti i comuni, può svolgere questo ruolo.

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